
C’è un ricordo della scuola elementare che ancora oggi custodisco con affetto.
Un giorno la maestra entrò in classe con un esercizio molto semplice.
Ci diede una consegna:
“Descrivete un fiore.”
Ma c’era una particolarità.
Dovevamo farlo in due modi diversi.
Nel primo modo dovevamo essere precisi, quasi come piccoli scienziati.
Descrivere la struttura del fiore, la sua anatomia.
La corolla.
Gli stami.
Il pistillo.
Ogni parte aveva una funzione, un ruolo preciso in quell’ingranaggio perfetto che è la natura.
Il fiore appariva allora come una piccola opera di ingegneria naturale: ordinata, efficiente, armoniosa.
Poi arrivò la seconda richiesta.
La maestra ci invitò a descrivere lo stesso fiore, ma con occhi diversi: quelli poetici!
Non più con lo sguardo dell’osservatore che analizza, ma con quello di chi sente.
Che colore aveva davvero quel fiore?
Che profumo immaginavamo?
Che ricordi o immagini faceva nascere dentro di noi?
E così la pagina si riempì di parole diverse.
Non più termini tecnici, ma sensazioni.
Colori che sembravano vibrare.
Profumi di primavera.
La morbidezza dei petali
Entrambe le descrizioni erano belle, eppure, mentre scrivevo, mi accorsi di qualcosa.
La prima mi interessava ma la seconda mi faceva sentire a casa.
Non perché la prima fosse priva di fascino.
Anzi. Dentro quella struttura perfetta c’era una bellezza sorprendente.
Il mio modo di guardare il mondo.
Il mio modo di raccontarlo.
All’epoca non sapevo che quell’esercizio fosse così prezioso.
Non sempre servono voti o valutazioni per capire chi siamo.
A volte basta una domanda capace di farci fermare un momento… e ascoltare dove il cuore si accende.
Le persone arrivano con domande sul lavoro, sulle scelte, sulla direzione della propria vita.
A volte con la sensazione di avere molte strade davanti e nessuna che sembri davvero loro.
Ed è proprio lì che iniziamo.
Con le domande.
Quelle che non cercano una risposta giusta ma aiutano a riconoscere il proprio linguaggio.
Perché ognuno di noi ha un modo unico di guardare il mondo, di interpretarlo, di abitarlo.
E quando lo riconosciamo, qualcosa cambia.
Le scelte diventano più chiare.
Le energie si riallineano.
Le direzioni iniziano a emergere.
Un po’ come accade a un fiore quando trova il terreno giusto.
Allora smette di sforzarsi di diventare qualcos’altro e semplicemente sboccia.
A volte basta uno spazio di ascolto e di esplorazione per iniziare a vedere con più chiarezza la propria strada.
Ed è proprio questo il lavoro che faccio nei percorsi di counseling: aiutare le persone a riconoscere il proprio linguaggio, i propri talenti e la direzione che li fa sentire vivi.
Sono Laura, counselor e tessitrice di connessioni. In questo blog porto il counseling nella vita di tutti i giorni: esploro archetipi, pattern compor...
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