
Ci sono momenti dell'anno che sembrano invitarci naturalmente a fare di più.
E poi ce ne sono altri che ci chiedono qualcosa di molto più difficile.
Fermarci.
Il primo agosto, secondo l'antica tradizione celtica, si celebra Lughnasadh, la festa del primo raccolto.
I campi di grano sono maturi.
Le giornate sono ancora illuminate dal sole estivo.
L'aria porta con sé il profumo della terra che ha mantenuto la promessa fatta molti mesi prima.
Non è ancora tempo di preparare il nuovo campo.
Non è più tempo di seminare.
È il tempo di osservare.
Di riconoscere.
Di celebrare.
Una parola che oggi sembra quasi fuori moda.
Siamo diventati bravissimi a progettare il prossimo obiettivo.
Molto meno ad abitare quello appena raggiunto.
Le nostre giornate sono piene di liste.
Completiamo un'attività.
La depenniamo.
E subito ne compare un'altra.
Viviamo come se ogni raccolto fosse soltanto una tappa verso il successivo.
Ma la natura funziona diversamente.
Prima di tornare al lavoro...
si ringrazia il campo.
Non è un caso che questa festa cada nel cuore della stagione del Leone.
Il Leone ci parla di luce.
Di vitalità.
Di creatività.
Ma soprattutto di una parola spesso fraintesa:
autocelebrazione.
Autocelebrarsi non significa mettersi su un piedistallo.
Non significa sentirsi migliori degli altri.
Significa riconoscere il valore del proprio cammino.
Dare dignità al tempo.
Alle energie.
Ai tentativi.
Alle cadute.
Alle paure attraversate.
È molto diverso dire:
"Ho semplicemente raggiunto un obiettivo."
Oppure:
"Guardo tutto ciò che è stato necessario attraversare per arrivare fin qui."
La differenza non è il risultato.
È lo sguardo.
Questa festa prende il nome da Lugh, una delle figure più affascinanti della mitologia irlandese.
Viene chiamato Samildánach, "colui che possiede molte arti".
Spesso viene descritto come il dio di ogni talento.
Ma forse il suo dono più grande non era eccellere in una sola disciplina.
Era la capacità di intrecciare conoscenze diverse.
Guerriero.
Poeta.
Artigiano.
Musicista.
Stratega.
Ogni talento dialogava con gli altri.
Forse anche noi siamo portati a cercare "il nostro unico talento", quando in realtà la nostra unicità nasce proprio dall'incontro fra esperienze diverse.
Le competenze non vivono isolate.
Si contaminano.
Si arricchiscono.
Si trasformano.
Come fili che, intrecciandosi, diventano una trama più resistente.
C'è un'immagine che mi accompagna ogni volta che penso al raccolto.
Immagino una persona che, terminato il lavoro nei campi, salga lentamente su una collina.
Non per lavorare ancora.
Ma per guardare.
Da lassù il campo è lo stesso.
Eppure sembra diverso.
Non perché sia cambiato.
Perché è cambiato il punto da cui viene osservato.
Da quella distanza diventano visibili i sentieri percorsi.
Le parti del campo che hanno richiesto più cura.
Le zone più fertili.
Quelle che hanno resistito alla siccità.
E forse accade lo stesso anche nella nostra vita.
Quando siamo immersi nel quotidiano vediamo soltanto il compito successivo.
Quando ci concediamo di salire sulla collina, iniziamo finalmente a vedere anche la persona che siamo diventati mentre coltivavamo quel campo.
Forse è proprio questo uno dei doni più preziosi del counseling.
Non cambiare la nostra storia.
Ma offrirci un luogo da cui poterla guardare con maggiore ampiezza.
Prima che settembre riporti programmi, obiettivi e nuove liste...
prova a fermarti.
Scrivi i risultati che hai raggiunto quest'anno.
Poi, accanto a ciascuno, scrivi tutto ciò che hai attraversato per arrivare fin lì.
Le paure.
Le competenze.
Le rinunce.
Le persone incontrate.
Le cadute.
Le ripartenze.
Forse ti accorgerai che il raccolto non racconta soltanto ciò che hai ottenuto.
Racconta la persona che sei diventata mentre lo coltivavi.
E allora sì.
Forse è davvero tempo di celebrare.
Non per vanità.
Ma per gratitudine.
Perché ogni spiga racconta una stagione intera.
Sono Laura, counselor e tessitrice di connessioni. In questo blog porto il counseling nella vita di tutti i giorni: esploro archetipi, pattern compor...
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