
13 agosto 2026
La solitudine ha molti volti, e non tutti assomigliano all’immagine di una persona che vive da sola.
Può abitare una casa piena di voci, sedersi a una tavola apparecchiata per quattro, accompagnarci al lavoro, entrare con noi in una festa e persino coricarsi ogni sera accanto alla persona che amiamo.
Ci sono uomini e donne che trascorrono gran parte della giornata circondati dagli altri e che, quando finalmente rimangono soli, avvertono un vuoto difficile persino da nominare. Non manca necessariamente qualcuno con cui parlare; manca qualcuno con cui poter essere davvero presenti. Non manca sempre una relazione formalmente esistente; può mancare la sensazione di essere visti, riconosciuti, compresi e raggiunti nella parte più autentica di sé.
Per questo chiedere a una persona sola «Ma come puoi sentirti sola? Hai tante persone intorno» significa talvolta non comprendere la natura stessa della sua esperienza.
La presenza fisica degli altri e la connessione umana non sono la stessa cosa.
Ed è forse da questa distinzione che dovremmo cominciare.
Esiste una solitudine che può essere scelta e persino desiderata. È quella di una passeggiata nella quale finalmente ascoltiamo i nostri pensieri, di una stanza silenziosa dopo una giornata piena di richieste, di un pomeriggio trascorso leggendo, dipingendo, lavorando o semplicemente osservando il mondo senza dover rispondere a nessuno.
In questi momenti siamo soli, ma non necessariamente ci sentiamo abbandonati.
La solitudine emotiva è diversa. Non dipende soltanto dal numero delle persone che ci circondano, perché nasce dalla distanza fra le relazioni che abbiamo e quelle di cui sentiamo profondamente bisogno.
Possiamo desiderare intimità e trovare soltanto conversazioni superficiali; desiderare comprensione e sentirci continuamente giudicati; avere bisogno di essere accolti e scoprire di essere apprezzati soprattutto quando corrispondiamo alle aspettative degli altri.
A volte siamo noi stessi ad aver imparato a mostrare soltanto ciò che riteniamo accettabile.
Sorridiamo quando vorremmo dire che siamo stanchi. Rispondiamo «tutto bene» perché raccontare ciò che proviamo richiederebbe una fiducia che non sappiamo più dove trovare. Diventiamo competenti, disponibili, forti, indispensabili, e lentamente costruiamo intorno a noi una vita nella quale molte persone conoscono ciò che facciamo, ma poche conoscono ciò che siamo.
In questo modo può nascere una delle forme più paradossali di solitudine: essere conosciuti da molti e sentirsi conosciuti da nessuno.
Il bisogno di legame appartiene profondamente all’esperienza umana. Per questo la paura di rimanere soli può diventare molto potente, soprattutto dopo una separazione, una perdita, un trasferimento, il cambiamento dei figli ormai adulti, la fine di una fase della vita o anni trascorsi senza una relazione affettiva significativa.
Quando la solitudine fa paura, qualsiasi presenza può cominciare ad apparire preferibile all’assenza.
E allora può accadere qualcosa di doloroso: pur di non perdere una relazione, iniziamo lentamente a perdere noi stessi.
Accettiamo parole che ci feriscono, silenzi che ci puniscono, una reciprocità sempre promessa e raramente vissuta. Riduciamo i nostri bisogni perché temiamo di chiedere troppo; diventiamo ciò che pensiamo possa essere amato e chiamiamo compromesso ciò che, a volte, è soltanto paura di essere lasciati.
Non tutte le relazioni difficili nascono naturalmente dalla paura della solitudine, né ogni compromesso rappresenta una rinuncia a se stessi. Amare significa inevitabilmente anche adattarsi, negoziare e fare spazio all’altro.
La domanda importante è un’altra: quanto di me deve scomparire perché questa relazione possa continuare?
Perché esiste una solitudine che nasce dall’assenza di qualcuno, ma ne esiste un’altra, forse ancora più profonda, che nasce quando siamo accanto a qualcuno e non possiamo più essere pienamente noi stessi.
Quando desideriamo una relazione, pensiamo comprensibilmente alla persona che vorremmo incontrare. Immaginiamo le sue qualità, il modo in cui dovrebbe trattarci, ciò che potremmo condividere.
Molto più raramente ci domandiamo chi saremo noi dentro quella relazione.
Eppure la capacità di costruire intimità non dipende soltanto dall’incontro con la persona “giusta”. Dipende anche dalla possibilità di essere presenti senza nasconderci completamente dietro ciò che crediamo di dover essere.
Questo non significa raccontare tutto a tutti né abbattere ogni confine. L’intimità ha bisogno anche di gradualità, discernimento e sicurezza. Ma una relazione nella quale mostriamo esclusivamente una versione costruita di noi stessi può ricevere approvazione senza riuscire a darci appartenenza.
Se qualcuno ama soltanto la maschera che gli abbiamo consegnato, una parte di noi continuerà inevitabilmente a domandarsi se sarebbe amata anche senza quella maschera.
Forse è per questo che il cammino verso una relazione autentica comincia, almeno in parte, dalla possibilità di tornare a riconoscere la propria voce.
Che cosa desidero davvero? Che cosa mi fa stare bene? Quali relazioni mi nutrono e quali mi lasciano svuotato? Che cosa continuo ad accettare soltanto perché temo ciò che accadrebbe se dicessi di no?
Non sono domande da trasformare in un esame quotidiano di se stessi. Sono piuttosto aperture attraverso le quali possiamo tornare lentamente ad abitare la nostra vita.
Quando una persona si sente profondamente sola, spesso il mondo sembra restringersi. L’attenzione ritorna continuamente su ciò che manca: una telefonata che non arriva, qualcuno che non c’è più, una casa troppo silenziosa, una relazione che vorremmo avere e che ancora non esiste.
In questi momenti il contatto con la Natura non sostituisce naturalmente le relazioni umane e non dovrebbe essere presentato come una cura universale della solitudine. Abbiamo bisogno delle persone, della reciprocità, dell’affetto, della comunità e di legami nei quali poterci riconoscere.
E tuttavia la Natura può offrirci un’esperienza differente di presenza.
Camminando in un bosco, lungo il mare o fra le montagne, possiamo percepire per qualche momento che la nostra esistenza non coincide interamente con il problema che stiamo vivendo. Il mondo continua ad avere profondità, movimento, suono, odore, luce. La nostra attenzione, che il dolore aveva concentrato in uno spazio sempre più piccolo, può nuovamente aprirsi.
La ricerca contemporanea sul rapporto fra esseri umani e ambienti naturali ha associato il contatto con la Natura a diversi aspetti del benessere psicologico e della connessione sociale; ciò non significa che un bosco possa sostituire un amico o che una passeggiata risolva automaticamente la sofferenza, ma suggerisce qualcosa di importante: il nostro benessere relazionale non si costruisce soltanto dentro la nostra testa, bensì nell’incontro continuo fra noi e gli ambienti nei quali viviamo.
Forse proprio per questo, quando osservo la Natura, trovo significativa una caratteristica apparentemente semplice: nulla appartiene a un sistema vivente diventando identico a tutto il resto.
Un albero appartiene al bosco senza smettere di essere quell’albero.
Questa immagine contiene, per me, qualcosa di essenziale anche per le relazioni umane: appartenere non dovrebbe richiedere di scomparire.
Esistono periodi nei quali la solitudine arriva senza che l’abbiamo scelta. Una relazione finisce, qualcuno muore, i figli se ne vanno, cambiamo città o Paese, perdiamo un lavoro che rappresentava anche una comunità, oppure semplicemente scopriamo che alcuni legami sui quali avevamo costruito la nostra vita non ci appartengono più nello stesso modo.
Sono passaggi nei quali sarebbe ingiusto pretendere da noi stessi di “pensare positivo” e ricominciare immediatamente.
Ogni perdita modifica la geografia della nostra vita.
Quando scompare una persona importante, non perdiamo soltanto lei: perdiamo anche abitudini, progetti, rituali, luoghi condivisi e una parte dell’identità che avevamo costruito nella relazione con quella persona.
Per questo il vuoto ha bisogno di tempo.
Ma con il tempo può accadere che la domanda cambi. All’inizio chiediamo soltanto come riempire ciò che manca; più tardi possiamo cominciare a chiederci quale vita desideriamo costruire nello spazio che si è aperto.
Non perché la perdita sia diventata insignificante e non perché tutto ciò che se ne va debba necessariamente trasformarsi in un’opportunità. Alcune assenze rimangono assenze.
Eppure noi continuiamo a vivere.
E continuare a vivere significa, prima o poi, tornare a incontrare il mondo.
Quando parliamo di solitudine, è facile cercare una soluzione universale: uscire di più, conoscere persone, iscriversi a un’attività, utilizzare un’applicazione, telefonare agli amici.
Sono possibilità utili per alcune persone e insufficienti per altre, perché non esiste una sola solitudine.
C’è chi ha bisogno di ampliare la propria rete sociale e chi possiede già una rete ampia ma non riesce a costruire intimità. C’è chi desidera una relazione sentimentale e chi deve prima elaborare la fine di quella precedente. C’è chi si è isolato dopo essere stato ferito e chi, al contrario, passa continuamente da una relazione all’altra perché non riesce a tollerare lo spazio fra un legame e il successivo.
Esistono inoltre forme persistenti di isolamento e sofferenza psicologica che meritano una valutazione professionale, soprattutto quando la solitudine si accompagna a disperazione, perdita marcata di interesse per la vita, forte ritiro sociale o difficoltà significative nel funzionamento quotidiano.
Per questo il primo passo non dovrebbe essere applicare una ricetta, ma comprendere quale solitudine stiamo vivendo.
Soltanto allora possiamo cominciare a cercare ciò di cui abbiamo realmente bisogno.
Possiamo trascorrere anni cercando qualcuno che riempia il vuoto e scoprire, dopo molti incontri, che il vuoto continua ad accompagnarci.
Forse perché il contrario della solitudine non è semplicemente la presenza di un’altra persona.
È la relazione.
Relazione con qualcuno al quale possiamo avvicinarci senza perdere completamente noi stessi. Relazione con le persone alle quali scegliamo di appartenere. Relazione con il luogo nel quale viviamo, con ciò che creiamo, con ciò che amiamo e con quella parte del mondo naturale della quale, anche quando ce ne dimentichiamo, continuiamo a essere parte.
E relazione con noi stessi, non nel senso di bastare sempre a noi stessi — nessun essere umano dovrebbe essere costretto a farlo — ma nel senso di non diventare estranei alla nostra stessa vita mentre aspettiamo che qualcun altro venga a darle valore.
Forse uscire dalla solitudine comincia proprio da qui.
Non dal riempire freneticamente ogni spazio vuoto, ma dal comprendere quali legami desideriamo costruire e quale persona vogliamo essere quando finalmente li incontreremo.
Perché essere soli può essere una condizione della vita; sentirsi irrimediabilmente separati dal mondo non deve necessariamente diventare il nostro destino.
A volte il primo incontro che ci riporta verso gli altri avviene quasi impercettibilmente: quando torniamo a guardare ciò che ci circonda con interesse, quando permettiamo a qualcuno di conoscerci un poco più profondamente, quando troviamo il coraggio di lasciare una relazione nella quale eravamo soli in due o quando, dopo molto tempo, scopriamo che una giornata trascorsa con noi stessi non è più una stanza vuota.
E forse proprio allora comprendiamo che non stavamo cercando semplicemente qualcuno che interrompesse la nostra solitudine.
Stavamo cercando qualcosa di molto più prezioso: un modo autentico di tornare a essere in relazione con la vita.
Svetlana Nesterova
Dottore in Scienze Psicologiche · Autrice · Trainer · Nature Coach
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