
13 agosto 2026
Ci sono momenti nella vita di una famiglia in cui un genitore guarda il proprio figlio e prova una sensazione difficile da confessare persino a se stesso: non riesco più a capirlo.
Quel bambino di cui conosceva ogni espressione, che correva a raccontargli ciò che era accaduto durante la giornata, improvvisamente risponde poco, si irrita, chiude la porta, contesta ciò che prima accettava oppure sembra vivere in un mondo nel quale il genitore non riesce più a entrare. Altre volte questo accade molto prima dell’adolescenza: il bambino diventa oppositivo, esplode per ragioni apparentemente insignificanti, rifiuta di collaborare, piange, provoca, si chiude oppure manifesta comportamenti che gli adulti faticano a comprendere.
È allora che nelle famiglie cominciano spesso a ripetersi domande dolorose: Perché non mi ascolta? Perché devo ripetere tutto cento volte? Perché con me si comporta così? Dove ho sbagliato?
Sono domande comprensibili, soprattutto quando alla preoccupazione si aggiungono la stanchezza, il lavoro, le responsabilità quotidiane e quella paura che accompagna quasi inevitabilmente l’essere genitori: la paura che qualcosa possa andare storto proprio nella vita della persona che amiamo più di noi stessi.
Eppure, proprio quando la relazione tra genitori e figli diventa difficile, può essere necessario modificare la domanda.
Non soltanto «Perché mio figlio si comporta così?», ma anche:
«Che cosa sta cercando di esprimere attraverso questo comportamento?»
La differenza sembra piccola. In realtà può cambiare profondamente il nostro modo di guardare un bambino.
Quando un comportamento ci preoccupa o ci esaspera, è naturale concentrare l’attenzione proprio su ciò che vorremmo eliminare. Vediamo il bambino che urla, l’adolescente che non risponde, il figlio che rifiuta di studiare, che passa troppo tempo davanti a uno schermo, che non rispetta una regola o che sembra aver perso interesse per ciò che prima lo appassionava.
A poco a poco il comportamento rischia di occupare tutto il nostro campo visivo.
Cominciamo a dire che è pigro, difficile, aggressivo, capriccioso, irresponsabile, chiuso, ingestibile; parole che inizialmente descrivevano ciò che faceva possono trasformarsi, quasi impercettibilmente, in definizioni di ciò che pensiamo che sia.
Ma un comportamento non coincide mai con l’intera persona.
Il comportamento è qualcosa che accade in un determinato momento dello sviluppo, dentro un ambiente, una relazione, una storia e uno stato emotivo. Può avere molte funzioni e molte cause, e proprio per questo comprenderlo richiede più attenzione che giudicarlo.
Un bambino piccolo che esplode può non possedere ancora gli strumenti necessari per regolare ciò che sente. Un adolescente che si chiude può avere bisogno di costruire uno spazio interiore separato da quello dei genitori. Un figlio che apparentemente “non vuole fare nulla” può essere semplicemente demotivato, ma può anche sentirsi incapace, sopraffatto, spaventato dal fallimento o privo di un significato personale in ciò che gli viene chiesto.
Questo non significa che ogni comportamento debba essere accettato o che educare significhi rinunciare ai limiti. Significa qualcosa di più difficile: imparare a distinguere la persona dal comportamento che dobbiamo aiutarla a trasformare.
Possiamo dire di no a un comportamento senza trasformare quel “no” in un rifiuto della persona.
Ed è una distinzione che un bambino dovrebbe poter sentire molto chiaramente.
Uno dei paradossi più delicati della genitorialità è che dedichiamo anni della nostra vita ad aiutare un essere umano a diventare progressivamente capace di vivere senza di noi.
Quando un bambino nasce dipende quasi completamente dall’adulto. Il suo mondo è fatto di vicinanza, voce, odore, contatto, protezione. Poi, lentamente, comincia il grande movimento della crescita: prima esplora una stanza, poi una casa, una scuola, un gruppo di amici e infine territori dell’esistenza ai quali i genitori non avranno più accesso completo.
Ogni conquista di autonomia contiene quindi una piccola separazione.
Il bambino che dice per la prima volta «faccio io», quello che non vuole più essere accompagnato fino alla porta della scuola e l’adolescente che comincia a custodire pensieri che non racconta alla madre o al padre stanno attraversando forme differenti dello stesso processo: la costruzione progressiva di una propria individualità.
Per un genitore, però, ciò che per il figlio rappresenta crescita può essere vissuto come perdita.
Ed è qui che possono nascere alcuni conflitti tra genitori e figli. L’adulto cerca di mantenere una forma di vicinanza che fino a ieri funzionava, mentre il figlio ha bisogno di una relazione nuova. Più il genitore teme di perderlo e cerca di entrare, più il figlio può difendere il proprio spazio; più il figlio si allontana, più il genitore può intensificare domande, controlli e richieste.
Nessuno dei due desiderava necessariamente creare distanza, eppure entrambi possono contribuire a farla crescere.
Forse uno dei compiti più difficili dell’amore genitoriale consiste proprio nell’imparare che rimanere vicini a un figlio che cresce richiede di cambiare continuamente il modo in cui gli siamo vicini.
A volte conosciamo così bene i nostri figli da rischiare di non accorgerci più di quanto stiano cambiando.
Ricordiamo ciò che amavano, ciò che temevano, il loro carattere, le loro abitudini e le difficoltà che avevano qualche anno prima; e senza rendercene conto continuiamo a interpretarli attraverso quell’immagine.
Ma un essere umano in crescita è, per definizione, un essere umano in trasformazione.
Il bambino che ieri cercava continuamente la nostra approvazione può oggi aver bisogno di sperimentare la propria opinione. Quello che sembrava estroverso può attraversare una fase di maggiore interiorità. Chi aveva bisogno di essere incoraggiato può cominciare a vivere l’incoraggiamento insistente come pressione. Persino capacità, interessi, amicizie, paure e aspirazioni possono cambiare mentre la persona cerca lentamente una propria forma.
Per questo conoscere veramente un figlio non significa soltanto ricordare chi è stato.
Significa essere disposti a conoscerlo nuovamente mentre diventa.
Ed è forse qui che l’educazione incontra una delle sue responsabilità più profonde: non confondere la continuità dell’amore con l’immobilità dello sguardo.
Quando penso alla crescita di un bambino, mi torna spesso alla mente ciò che possiamo osservare in Natura.
Se piantiamo un seme, non possiamo ordinargli quale forma assumere. Possiamo preparare il terreno, proteggerlo quando è fragile, offrirgli acqua e luce, osservare ciò di cui ha bisogno e intervenire quando le condizioni minacciano la sua crescita. Ma non possiamo tirare il giovane germoglio verso l’alto per farlo crescere più velocemente, perché proprio il gesto con cui vorremmo accelerarne lo sviluppo finirebbe per danneggiarlo.
Soprattutto, non possiamo piantare una quercia e trascorrere gli anni lamentandoci perché non è diventata una rosa.
Questa immagine non significa che il bambino debba essere semplicemente “lasciato crescere” senza educazione, responsabilità, regole o orientamento. In Natura stessa lo sviluppo non avviene nel vuoto: dipende continuamente dalle condizioni nelle quali la vita si realizza.
Proprio per questo considero importante pensare all’educazione non soltanto come a ciò che facciamo al bambino, ma anche come all’ambiente umano che costruiamo intorno e insieme a lui.
Le nostre parole fanno parte di quell’ambiente. Il modo in cui reagiamo ai suoi errori ne fa parte. Le aspettative che gli comunichiamo, la sicurezza che sappiamo offrirgli, i confini che costruiamo, la possibilità di essere ascoltato senza essere immediatamente giudicato e persino il modo in cui noi adulti affrontiamo i nostri conflitti diventano elementi del terreno psicologico nel quale cresce.
È da questa prospettiva che, nella mia ricerca e nel mio lavoro, considero centrale il principio del Nature-Conforming Development, lo sviluppo conforme alla natura della persona: accompagnare la crescita significa riconoscere che ogni essere umano possiede caratteristiche, tempi, potenzialità e modalità di relazione che devono essere conosciuti prima di poter essere autenticamente sostenuti.
Non si tratta di rinunciare all’educazione, ma di renderla più profonda.
Perché educare non dovrebbe significare fabbricare una persona secondo un progetto adulto già concluso. Dovrebbe significare creare condizioni sufficientemente solide e vitali affinché ciò che in quella persona può svilupparsi trovi la possibilità di farlo nel modo più armonico e responsabile possibile.
Comprendere un figlio non significa concedergli tutto.
Questo punto è essenziale, perché talvolta l’idea di un’educazione rispettosa viene confusa con l’assenza di regole, mentre un bambino ha bisogno anche di incontrare limiti comprensibili, coerenti e adeguati alla sua età.
La differenza fondamentale riguarda il modo in cui il limite viene costruito.
Esiste una grande distanza psicologica tra «Sei impossibile» e «Questo comportamento non va bene», tra umiliare un bambino perché ha sbagliato e aiutarlo ad assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto, tra ottenere obbedienza attraverso la paura e costruire progressivamente la capacità di comprendere il senso di una regola.
Un limite sano non dovrebbe distruggere il legame proprio nel momento in cui cerca di orientare il comportamento.
Il bambino deve poter scoprire che esistono azioni che non sono consentite senza arrivare alla conclusione che, quando sbaglia, non è più degno di amore.
In questo equilibrio fra protezione e autonomia, accoglienza e responsabilità, vicinanza e separazione si svolge gran parte della complessità dell’essere genitori.
Molti genitori dicono: «Ho provato a parlargli, ma non serve».
A volte, però, ciò che chiamiamo dialogo è diventato senza volerlo una lunga successione di spiegazioni, consigli, domande, raccomandazioni e correzioni. Parliamo perché desideriamo aiutare, ma il figlio può sentire soprattutto quanto vorremmo che fosse diverso.
Ascoltare è più difficile.
Significa riuscire, almeno per qualche momento, a non preparare la risposta mentre l’altro sta ancora parlando; significa tollerare che nostro figlio possa raccontarci qualcosa che non ci piace, esprimere un’opinione diversa dalla nostra o confessare un errore senza che la prima cosa che incontri sia la nostra paura trasformata in giudizio.
Naturalmente non sempre un figlio vorrà parlare e nessuna tecnica può obbligare alla confidenza. La fiducia non si esige: si costruisce nel tempo attraverso innumerevoli esperienze nelle quali una persona impara che può mostrarsi senza essere immediatamente respinta, ridicolizzata o definita dal proprio errore.
Forse la domanda più importante non è quindi soltanto «Come posso fare perché mio figlio mi parli?», ma anche:
«Che cosa incontra mio figlio quando decide di parlarmi?»
Parliamo continuamente della crescita dei bambini e molto meno della trasformazione che essere genitori impone agli adulti.
Eppure ogni nuova fase della vita di un figlio chiede qualcosa di nuovo anche a noi.
Il genitore di un neonato non può essere lo stesso genitore di un bambino di sette anni; il genitore di quel bambino dovrà trasformarsi ancora quando davanti a lui comparirà un adolescente e, più tardi, un adulto che avrà il diritto di costruire una vita propria.
Non esiste una forma di genitorialità imparata una volta per sempre.
Ci sono momenti nei quali dobbiamo proteggere e altri nei quali dobbiamo avere il coraggio di lasciare spazio. Momenti nei quali nostro figlio ha bisogno della nostra risposta e altri nei quali ha bisogno soprattutto che sappiamo restare accanto alla sua domanda senza sostituirci a lui.
E forse è proprio per questo che i figli, mentre crescono, fanno crescere anche noi.
Ci costringono a incontrare le nostre paure, le aspettative che avevamo costruito sul loro futuro, le parti irrisolte della nostra storia e quella difficile frontiera dell’amore nella quale proteggere qualcuno significa, poco alla volta, permettergli di diventare libero.
Quando un rapporto tra genitore e figlio diventa difficile, è comprensibile desiderare una soluzione immediata. Vorremmo sapere che cosa dire, quale regola applicare, come far cessare un determinato comportamento.
A volte sono necessari interventi concreti e, quando compaiono cambiamenti importanti o persistenti nel comportamento, nell’umore, nel sonno, nell’alimentazione, nel funzionamento scolastico o sociale, può essere opportuno rivolgersi a professionisti qualificati per comprendere ciò che sta accadendo.
Ma anche quando cerchiamo una soluzione concreta, c’è qualcosa che non dovremmo perdere: davanti a noi non esiste soltanto un problema da risolvere.
Esiste una persona che sta crescendo.
E forse il compito più difficile di un genitore non consiste nel riuscire a trasformare un figlio nella persona che aveva immaginato per lui, ma nel conoscerlo abbastanza profondamente da accompagnarlo mentre diventa la persona che può essere.
Perché un figlio cresce sotto i nostri occhi, ma anche dentro il nostro sguardo. E arriva inevitabilmente un momento in cui amare quel figlio significa avere il coraggio di lasciare andare l’immagine del bambino che conoscevamo, per poter incontrare la persona nuova che sta nascendo davanti a noi.
Forse è proprio allora che il dialogo può ricominciare.
Non quando abbiamo finalmente trovato le parole capaci di costringerlo ad ascoltarci, ma quando, nel rumore delle nostre paure, delle aspettative e delle preoccupazioni, riusciamo nuovamente a fare abbastanza silenzio da ascoltare chi nostro figlio sta diventando.
Svetlana Nesterova
Dottore in Scienze Psicologiche · Autrice · Trainer · Nature Coach
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